Juggling magazine

Craig Quat

Juggling for the Masses

www.thecircusplace.com


intervista di A.R. a Craig Quat, giovane talento statunitense, premiato quest'anno alla conferenza AYCO per il carattere innovativo della sua ricerca su nuove metodologie e materiali per l'insegnamento della giocoleria.
(NICE Meeting, 1 novembre 2014, Cardiff - UK)



Il Contesto
Vivevo nella mia città natale di Dunellen, nel New Jersey (USA), e all'età di 9 anni venni a contatto per la prima volta con la giocoleria, grazie ad un nostro giovane insegnante Lou De Lauro che aveva due passioni, gli scacchi e la giocoleria, e cominciò a proporle come attività pomeridiane extracurricurali. Nella piccola città di un miglio quadrato ci volle poco perchè tutti venissero coinvolti in queste attività. La giocoleria comprendeva anche altri "giochi di destrezza" come diabolo, yo-yo, flower stick, poi, e altro. All'inizio fui catturato più dal programma degli scacchi: studiavo la teoria, giocavo molto e partecipavo alle competizioni. Eravamo un giovane gruppo di studenti, molto talentuosi negli scacchi, che partecipavano con successo alle competizioni federali, e per la prima volta la nostra città vinceva qualcosa!!
Poi la passione per gli scacchi cominciò a scemare, mentre cresceva l'interesse per la giocoleria e gli altri giochi di destrezza. Imparai presto piatto cinese, yo-yo, ma la giocoleria non mi riusciva proprio. Grazie al suo programma pomeridiano Juggling Life e al fatto che durante i break alle competizioni di scacchi il maestro ci spronasse a giocoleare, invece che a studiare le partite, la giocoleria era sempre presente nella mia vita. Eppure tutti imparavano e io non riuscivo. Fu solo a 12 anni, e grazie ad un amico che si prese tutto il tempo necessario per insegnarmi la cascata a 3 palline, che cominciai a fare progressi. Era un problema di attitudine. Pensavo che non ci sarei mai riuscito e per questo non volevo applicarmi. Quando poi ci sono arrivato è stato facile cimentarmi nei primi trick, ma senza approfondire molto, diciamo che non ero folgorato dalla giocoleria. Tutti i miei amici in città giocolavano ed era stato fondato un juggling club, con entrata limitata, perché il materiale a disposizione era limitato. Io non superai il test di ammissione. Ero bravo con gli altri skill toy, ma non abbastanza nella giocoleria, ed è singolare notare a distanza di anni che l'unico giocoliere professionista uscito da quei programmi sono stato proprio io!

 



Costruire nuovi tool
Quando ero in first grade, nel 1989, non riuscivo a stare dietro al programma e fui messo in una classe speciale perché ritenevano che avessi problemi di apprendimento, e questo mi colpì molto nell'animo. In quegli anni c'era poca consapevolezza di queste dinamiche e nessuno in realtà capiva perché non facessi progressi; ero al limite tra uno che ha problemi grossi e uno che non ne ha, e dopo un anno in questa classe speciale mi riammisero ai corsi. Non avevo problemi con le materie, ma con la concentrazione, con lo stare dietro ai programmi, e siccome non riuscivano a definire cosa avevo non potevano nemmeno darmi una terapia specifica, così ero costretto a trovare da solo le risposte. Mi chiedevo come potessi diventare come gli altri e sopravvivere nella vita senza cacciarmi nei guai. Le 64 caselle della scacchiera mi hanno aiutato tantissimo, quando sei in quel gioco sei davvero in una bolla. Il gioco assorbiva completamente il mio cervello e potevo finalmente rilassarmi; inoltre riuscirci bene mi diceva che potevo fare progressi. Quando ero ragazzo, dai 5 agli 8 anni, avevo anche un'ossessione per i puzzle, passavo le giornate intere con i puzzle. Li facevo e rifacevo più volte, anche al contrario, oppure senza guardare la foto; magari non ci riuscivo, ma ci provavo, ero davvero ossessionato. Mi ero inventato tutti miei metodi per categorizzare le varie forme dei pezzi, metterle insieme, etc Ora sappiamo che questi comportamenti rivelano qualcosa, niente di sbagliato, ma sappiamo che è un caso particolare, mentre allora non si faceva troppa attenzione a questi comportamenti.
Con gli scacchi e la giocoleria avevo acquistato più autostima ma continuavo ad avere problemi con i programmi scolastici. Sapevo che non ero stupido, che potevo apprendere, così sviluppai i miei propri metodi di studio, come processare le informazioni che mi venivano date, come renderle utili alla mia formazione. Non è che ho studiato i processi di apprendimento, ma avendo avuto problemi con questi mi sono naturalmente dedicato a loro, ed era un'applicazione quotidiana, non sempre gradevole e positiva. Poi a scuola mi sono diplomato in letteratura inglese e educazione secondaria con il massimo dei voti, ma l'ultimo anno abbandonai la scuola.
Ci sono una serie di cose positive che mi sono venute dagli scacchi e dalla giocoleria, entrambe hanno aumentato la mia capacità mentale, hanno reso il mio cervello più forte, e siccome il mio cervello funzionava in modo diverso, avevo bisogno di una macchina più potente per raggiungere i risultati di tutti gli altri, dovevo processare le informazioni più velocemente. Emotivamente mi hanno poi fornito un senso di comunità e di appartenenza, una cosa di cui tutti i ragazzi hanno bisogno.

 

 

Oltre il New Jersey
Con il nostro maestro avviamo una associazione di beneficienza con altri programmi e lavoravamo con bambini terminali. Ma per me era uno scambio, era compassione invece che beneficienza. Credevo nel nostro progetto e mi impegnavo al massimo. Quando avevo 15 anni avviammo il primo programma di circo per minorenni che avevano commesso grossi reati, tipo dare fuoco intenzionalmente alla casa, oppure rispondere violentemente a dei soprusi, magari anche per legittima difesa. Il programma prevedeva giocoleria e scacchi, io aiutavo ad insegnare tre palline e insegnavo scacchi. Quella esperienza fu magica per me. Quei 12 ragazzi che stavo seguendo facevano un torneo di scacchi e per me che avevo 16 anni era meraviglioso constatare l'impatto positivo che potevo avere su questo ragazzi svantaggiati. Lì c'erano tutte le basi per un progetto di circo sociale, anche se io non me ne rendevo conto, nessuno di noi sapeva nel 1993 che c'era una grossa scena di gicolieri in USA e nel mondo, o di circo sociale. Il nostro insegnante ci diceva che eravamo l'unico programma del genere in USA. Fino al 2010 io rimasi in questa bolla, non sapevo che esistesse una juggling community nel mondo. Poi girando sulla rete mi accorsi che c'era tanto altro di simile che accadeva fuori dalla nostra cittadina e spinsi affinché si collaborasse e ci si confrontasse con altre realtà. Ero ormai un direttore di attività, avevo dei volontari che coordinavo, prendevo iniziative e conducevo progetti in piena autonomia. Ma io e il maestro eravamo in disaccordo e dovetti abbandonare l'associazione e cominciare a costruire la mia comunità. Mi iscrissi a 5 juggling club nelle città vicine, e cercavo persone che avessero un background in educazione e volessero condurre progetti con me. Costituimmo così i Band of Jugglers, una organizzazione informale. Avevo 22/23 anni e mi si apriva un nuovo mondo, accompagnato dalla passione per la giocoleria. Io allora ero già un giovane padre, con problemi con la compagna, lottavo con la depressione e l'unica cosa che mi faceva sentire bene era giocolare. Facevo il buon padre, lavoravo per mantenere la famiglia, ma l'unica cosa che mi aiutava oltre questo era la giocoleria. Per un anno sono andato nel parco la sera a giocolare, tutte le sere, anche sotto la pioggia. Al tempo, dopo aver fatto il servizio militare nell'aereonatica, avevo un lavoro fisso in una ditta che riparava aerei. Lavoravamo con grandi aerei cargo, e avevo sempre con me le palline, così in quegli ambienti giganti potevo anche allenarmi. Penso di aver il giocolato la cascata a 5 palline più in alto del mondo, a quota 42000 piedi!!! Avevo una turnazione al lavoro che mi teneva impegnato per 4 giorni, 12 ore al giorno, e poi mi lasciava gli altri giorni liberi. In quei lunghi break potevo lavorare ai progetti di circo. La volontà di realizzare altri progetti mi portarono a lavorare con la comunità dei sordi, e l'accoglienza che ricevemmo fu così inclusiva e cordiale che ci sentimmo subito molto legati. Ero attirato anche da ragazzi con disabilità multiple, o problemi di apprendimento, che non avevano la forza di comunicare. Da loro ho appreso tantissimo in termini di comunicazione non verbale, di comunicazion tout court. Non c'era nessuno che parlava in questi incontri, nessuno. Ed io insegnavo a loro la giocoleria e loro a me come comunicare, eravamo nel 2007. Ho insegnato a giocolare a migliaia di persone e l'emozione che mi regalano quando sul viso si illumina la consapevolezza di aver imparato e di potercela fare è unica. L'intero processo e la sfida per me erano delle emozioni formidabili, mi sentivo molto in empatia con quei ragazzi

 



Lavorare con la diversability
Ho lavorato con autistici Asperger, sordomuti, cercavo programmi dove il linguaggio verbale non fosse necessario. Progetti artistici, oppure il progetto "camp, sun and fun", condotto da un gruppo di giovani ragazzi britannici. Lì ragazzi con la sindrome Down erano i soggetti con maggiori abilità ammessi al programma. Nessuno nel progetto sapeva lanciare e prendere un oggetto, e questo era l'obiettivo tecnico del mio programma. Per farlo volevo entrare in contatto con i ragazzi ma mi accorsi che il mio modo di impartire comandi non funzionava, perché non gli lasciavo autonomia. Con uno di loro che guardava sempre in basso riuscii a stabilire un contatto visivo; lui era messo male fisicamente e gli ripetevo "passami la palla", senza alcun successo; mi accorsi che lui mi guardava e sorrideva, perché io ai suoi occhi ero ridicolo in quella mia veste di "istruttore". Mi sentii uno stupido, lo stavo forzando a fare qualcosa. In quel momento qualcosa è cambiato nel mio modo di insegnare con queste persone, mi sono sforzato di uscire dal clichè. Mi sono accorto che loro hanno un'umanità così pura, che non vedevo fuori negli altri. Erano diventati i miei modelli, mi ispiravano a lavorare con persone che non hanno niente e non si aspettano niente, se non stabilire un contatto con te. La giocoleria era il mio veicolo per stabilire un contatto con tutte queste persone, mostrargli amore, stabilire un piano in cui io mi sentissi rilassato e potessi comunicare, mostrargli accettazione. Da ragazzo avevo anche problemi nel mischiarmi in grandi folle. Ero soggetto a super-stimolazione, un'ansia sociale, processavo tutto quello che vedevo e quando era troppo non ce la facevo più e cominciavo a sentirmi male e vomitare. E ora ero invece nel centro di una sala con delle persone con cui mi relazionavo e a cui stavo insegnando qualcosa.
Al tempo non sapevo cosa stessi facendo, stavo seguendo l'emozione e il benessere che la giocoleria mi dava, e volevo trasmetterlo agli altri. Ero capace di percepire questo benessere e volevo che anche gli altri lo potessero vivere. Ora comprendo tutto questo più profondamente, attraverso le ricerche che ho fatto, tecniche e scientifiche; il golden ratio, l'armonica frequenza, i pattern, sono modelli universali, tutti ottimi per interpretare la realtà, e la giocoleria è solo uno degli strumenti possibili per aprire queste porte. E tutto ad un certo punto mi appare così chiaro, ovvio, semplice e disponibile, e penso: ma perchè non ci sono arrivati prima, quando ero io in condizioni di disagio? Una serie di esperienze ed emozioni nella mia vita mi hanno messo nelle condizioni di attivare questo processo e concretizzarlo. L'esperienza con i sordi per esempio, che mi costringeva a trovare un modo di relazionarmi e di comunicare con loro. Loro ti parlano, ma tu devi essere capace di ascoltarli. Ho scoperto un mondo di grande comunicazione; ero già molto incuriosito dall'emotività, ma queste persone mi avevano curato e ora avevo un debito da pagare.

 

 

La ricerca
E' a questo punto che comincia la mia ricerca su qualsiasi metodo alternativo di apprendimento della giocoleria, su chiunque avesse deviato dal classico tossing juggling; da Michael Moschen in poi, passando per Greg Kennedys e Michael Karas e comparando tutti i loro stili. In questo processo cominciai a trovare delle similarità tra le loro proposte, e anche se i movimenti non erano gli stessi, c'era qualcosa che li rendeva tutti e innegabilmente "giocolieri". E se lo non capisci dal movimento degli oggetti lo riconosci seguendo il movimento del corpo, che nei loro casi è molto lento e molto ampio. Grandi movimenti con il corpo, il pubblico vede la performance e pensa che questo è un grande numero di giocoleria, nel cono o nel triangolo. Ma io vedo il loro corpo e capisco che non è poi così difficile; e questo accende la prima scintilla nel mio pensiero. Comincio a studiare la fisica e cercare di capire perché avevano così tanto successo con il pubblico, nonostante i loro esercizi non risultassero così difficili all'occhio di un giocoliere. E questo ha mosso un'altra corda in me: quando giocolo non riesco a comunicare al pubblico quello che sento. Pensavo a mio fratello, che suona la chitarra, e quello che lui sente e prova riesce a comunicarlo più facilmente al pubblico. Una cosa che mi rende geloso, perché so che lavoro più duramente di lui, ma non ottengo lo stesso risultato. E nel caso di Michael e Greg il pubblico beneficia di un'esperienza ancora più forte di quella che i giocolieri stessi stessi stanno vivendo. Perché? Mi rendevo conto per la prima volta della differenza tra l'espressione e l'esperienza, e cominciai a ricercare, buttandomi in un percorso dal quale non sapevo se avrei ricavato qualcosa, fino ad arrivare al concetto di "eventfullness", i fattori che circostanziano un evento, che mi spiegava finalmente la differenza tra esperienza e espressione. Cominciai a fare ricerche sul tempo e come gli eventi si rapportano nella dimensione dello spazio. Ogni evento ha una durata, un evento è qualsiasi cambiamento nello spazio, se qualcosa si smuove da A a B nello spazio o cambia stato, come la luce che si accende e si spegne, questi sono eventi. Il tempo non esiste senza eventi. Gli eventi si producono nello spazio tridimensionale e il tempo è la quarta dimensione, e non può esistere senza lo spazio. La successione di eventi influenza la percezione del tempo. Più eventi accadono in successione è più veloce scorre il tempo per lo spettatore che osserva il performer. Quando stai insegnando la giocoleria hai spesso ragazzi che pur avendo tutti i componenti necessari al pattern non riescono ad eseguirlo o a comprenderlo, perché sta avvenendo tutto troppo velocemente, è tutto troppo pieno di eventi. E' una sensazione che tutti noi giocolieri abbiamo provato: quando acquisisci un pattern ciò che prima sembrava velocissimo ora sembra meno veloce. In questo senso possiamo dire che il giocoliere ha la capacità di rallentare il tempo, un fine tuning della sua percezione del tempo. E spesso il miglior consiglio che un giocoliere ti dà è quello di rallentare la frequenza dei movimenti! Vedere piccole porzioni di tempo come grandi porzioni di tempo. Mentre il principiante non vede queste possibilità. Il pattern è lì, regolato da leggi fisiche e temporali e tu devi essere capace di mettertici dentro, di ricalcare le sue leggi. Non posso far andare più lentamente le palline, anche se ora sto sperimentando oggetti a bassa gravità che viaggiano più lentamente nello spazio.
E per questo mi sono messo alla ricerca di espedienti e attrezzi che permettessero di rallentare questi eventi, questo passaggio attraverso lo spazio di un oggetto. Il lavoro che faccio con le monete e i bicchieri al suolo, non possono essere definiti pattern di tossing juggling, perchè non sono affetti dalla gravità, ma sono ciò di cui hai bisogno per gestire sequenze di eventi. E in questa ricerca che mi ha portato alla realizzazione di tanti attrezzi che facilitino l'apprendimento della giocoleria mi si sono aperte molte porte. Oltre a rallentare fisicamente il processo, capii che era importante anche rallentarlo visualmente. Gli attrezzi ho cominciato a realizzarli nel 2011, anno in cui aprii la scuola di youth circus in New Jersey, che oggi ha circa 300 studenti. E sviluppare gli attrezzi ha richiesto tempo, e cambiamenti e prove ed errori per poter essere finalizzati in quello che sono oggi. Più li usavo e li facevo usare più potevo perfezionarli.


The Flow
Fin dagli inizi sapevo che volevo condividere la gioia che giocolare mi faceva provare ogni giorno, ma non sapevo cosa esattamente stessi condividendo o potessi condividere. Ora so che l'esperienza che posso condividere con loro è quando raggiungi questo momento di Flow. Fu a questo punto che cominciai a lavorare con un gruppo di terapisti, tra cui un terapista occupazionale. Queste figure non lavorano al circo come i miei vecchi collaboratori, ma in ospedale, o a contatto con soggetti con difficoltà di apprendimento. Non era mia intenzione entrare in questi contesti, ma lì è dove mi ha condotto la mia ricerca. Lì ho imparato così tanto sui processi cognitivi, sul linguaggio, sulle mappe del cervello, studi scientifici e programmi al computer, e ora i processi mentali mi appaiono più comprensibili. Ho imparato che Flow è la zona di "approximate development" e cosa fa il cervello quando è in questo stato. Il cervello si trova in uno stato di intossicazione, come se fosse drogato, e si espande la consapevolezza e percezione del tempo, di quello che hai fatto, di quello che stai facendo e di quello che stai per fare. In questo stato sono connesso più direttamente e fortemente con gli attrezzi che utilizzo, diventiamo un'unica cosa perché sono io che li muovo. La mia percezione del tempo si espande, ed è per questo che per fare 9 palline non solo devi essere capace di lanciare bene a quell'altezza, ma devi prima essere capace di processare quell'altezza, e la percezione del tempo che regola un pattern del genere.
In questa mia ricerca ho capito esattamente cosa volevo condividere. E' stato un continuo passare dalle emozioni, alla ricerca al personale, al lavoro; una cosa alimentava l'altra e insieme hanno migliorato la mia didattica. Ora so esattamente come far entrare le persone in questo stato di Flow, uno stato in cui la curva di apprendimento accelera. E se puoi mischiare questa possibilità e integrarla con altre discipline a o arti, incorporando i linguaggi, tutto diventa possibile ed è possibile. Ma la giocoleria è tra le arti una delle più accessibili, e quindi funziona meglio in questo processo, che va oltre imparare meramente a giocolare.