Juggling magazine

La Verità

Compagnia Finzi Pasca

 

http://finzipasca.com/

intervista a Rolando Tarquini, a cura di Karol Hrovatin
foto di Andrea Lopez (in apertura) e di Viviana Cangialosi (a seguire)

(pubblichiamo qui la versione integrale del'intervista a Rolando Tarquini, un cui estratto è apparso su Juggling Magazine 62, marzo 2014)

LA FASE DI CREAZIONE
La Verità. La creazione dello spettacolo è iniziata con quest’idea della verità. Una idea che nasce da Daniele Finzi Pasca. L’idea della verità in scena. E’ un po’ una idea fissa di Daniele. Il vero e il falso in scena. Cos’è e come muta rispetto alla realtà? Questa era la partenza quando ancora non c’era il telo di Dalì. Più tardi una Fondazione, che preferisce restare anonima, ha dato la possibilità alla Compagnia di utilizzare la creazione di Dalì: un telo enorme di 16 x 9 metri preparato per l’opera Tristano e Isotta e rappresentata per la prima volta a New York nel ‘44 al Metropolitan Opera House. La presenza di questa tela ha mutato un poco l’idea originale ma non troppo. In fondo, Daniele, è riuscito ancora una volta a far coesistere ciò che è progetto e ciò che è vita. Il mondo di Dalì, in ogni caso, è comunque molto legato a parole come finzione, scena, vero e falso, essere e apparire e si è inserito, con tutti i crismi, nel progetto, senza dover forzare troppo. In verità l’idea iniziale di creare uno spettacolo della Compagnia che andasse in una precisa direzione viene da Julie Hamelin, compagna di Daniele nella vita e nel teatro e con una lunga esperienza di teatro e circo alle spalle. Al principio di tutto è stata proprio lei a lanciare il progetto poiché consigliava, desiderava e pensava che la Compagnia dovesse ritornare ad uno spettacolo più acrobatico rispetto alla ultima produzione di teatro-circo.

Come in tutti i processi creativi della Compagnia in realtà la fase di lavoro con gli artisti arriva quando l’idea dello spettacolo è già abbastanza avanti. Esiste, infatti, un gruppo creativo composto da Daniele, Maria, Julie, Hugo e Antonio ma anche da molti altri artisti vicini alla Compagnia, che inizia a lavorare sull’idea dello spettacolo con un certo anticipo. Quando siamo arrivati alle prove di creazione, che sono durate più o meno 3 mesi, a Montreal, parte dello spettacolo credo fosse già pronto nell’immaginario di Daniele e del gruppo creativo. Il lavoro con gli artisti in realtà porta poi molte modifiche e fa nascere direzioni diverse. Con Daniele si lavora sempre per piccoli passi e soprattutto con pochi diktat. Lui ci lancia degli input poi noi ci lavoriamo. E’ un lavoro di andata e ritorno.

Per la creazione abbiamo lavorato a Montreal in un grosso spazio, un grosso capannone allestito per l’occasione che ha permesso di lavorare anche sugli aspetti acrobatici e aerei. Il cast era costituito di attori e di circensi e, come sempre, Daniele ha chiesto agli acrobati di essere un po’ attori e agli attori di essere un po’ circensi. Dal mondo del teatro veniamo solo io e Beatriz Sayad una attrice e amica brasiliana mentre tutto il resto del cast viene dal mondo del circo ma ha una lunga esperienza di lavoro con la Compagnia e con Daniele. Abbiamo lavorato in questo grosso spazio, mediamente, 8 ore al giorno. O forse più. La giornata era sempre divisa in allenamenti, durante la mattina, poi momenti di lavoro con Daniele e poi … ancora allenamenti.

La creazione avanza sempre per immagini. Difficilmente da Daniele arriva una idea precisa, diretta. Quindi diciamo: allenamento, creazione, e poi momenti di condivisione delle cose che accadevano. Anche quelle quotidiani, familiari, della vita di tutti i giorni. Con noi lavoravano, a stretto giro di gomito, anche gli scenografi, capeggiati da Hugo Gargiulo e quotidianamente ci presentavano una novità, una idea, una strana macchineria da provare. Tutto procedeva abbastanza congiunto. Siamo andati avanti 3 mesi lavorando con Daniele e Maria, e soprattutto lavorando sulla parte musicale, poichè molta parte del lavoro è legata al ritmo, alla musica.

Moltissimo del materiale raccolto non è stato utilizzato, così come è successo anche per lo spettacolo Donka, una lettera a Checkov, precedente a La Verità. Il debutto dello spettacolo è avvenuto a Montreal, al Palazzo delle Arti, il 17 di gennaio del 2013.


Come dicevo, Daniele lavora molto per immagini. Per esempio, per noi attori, per me e Beatrice, si è trattato di lavorare su input legati all’immaginario di Daniele e alle tematiche base dello spettacolo: Dalì, la verità sulla scena, Tristano e Isotta. Ma senza dirci troppo chi erano, cosa facevano, che carattere avevano. Piuttosto si è trattato di giocare con dei pretesti, attraverso alcune piccole informazioni, attraverso il nostro immaginario.

In questo spettacolo rappresento un venditore di un’asta che vorrebbe mettere in vendita il Dalì, e anche uno strano soldato-capitano. Così come per Donka non appariva mai Checkov, ma veniva semplicemente suggerito, così è accaduto anche per Salvator Dalì. Quasi tuti gli artisti in scena hanno dovuto … fare i conti con il personaggio Dalì. Personalmente mi sono avvicinato a questo enorme artista leggendo soprattutto un testo autobiografico dal titolo Diario di un genio e guardando tanti filmati che si scaricano facilmente dalla rete. Le prime impressioni, come accade sempre a chi si avvicina a Dalì, sono state di difficoltà e di poca simpatia ma comprendendo di più della persona attraverso i filmati e le sue opere e le storie che circolano su di lui … alla fine ne sono rimasto affascinato. Soprattutto per la decisione e il sacrificio di un uomo che ha voluto essere a tutti costi una opera d’arte vivente, surreale, sicuramente ma anche efficace. La sua presenza, la sua parola, la sua arte, non poteva passare inosservata. Nel bello e nel brutto. Nel facile e nel difficile. C’è un altro argomento che rimane però più sotteso a tutti lo spettacolo. Quasi un pretesto, utile a noi attori e utile a rendere efficace la storia che raccontiamo sul palco. E narra la storia di 12 cavalieri dagli strani nomi che vengono illustrati in un Ballo di Corte del 1610 dal titolo “El Ballet del Senor Duque de Vendome”. Questi cavalieri siamo noi sul palco e, sin dal primo giorno di prove, Daniele ci ha assegnato il nome di uno di questi cavalieri. Ve li cito tutti: Amor Poderoso, Ambicioso Deseo, Virtuosa Premura, Renombre Inmortal (questo è il mio nome), Grandeza de Coraje, pena AGradable, Costanza Probada, Verdad Conocida, Feliz Destino, Amato da Todos, Corona de Gloria e Poder Supremo.

Tante cose quindi si sono intrecciate nella creazione dal punto di vista tematico e dei pretesti. Oltre a Dalì e alle sue opere, alla sua vita, oltre a Tristano e Isotta, oltre alla Verità, ecco che si inseriscono anche questi 12 guerrieri che ci hanno confuso il giusto affinché il nostro lavoro non fosse troppo piano e diretto ma sempre sorretto da un pensiero altro e che ci potesse mettere in qualche modo in difficoltà. Perché questo è il lavoro che si attua con Daniele. Non c’è un momento in cui Daniele ci racconta come sarà il testo, come sarà lo spettacolo, come lui lo vede. Come se non esistesse una visione univoca … come infatti non è. C’è sempre un grado di difficoltà da … assolvere.

 

LO SPETTACOLO, IL LAVORO TEATRALE e IL TELO DI DALI’

Nello spettacolo ci sono alcuni testi che esplicitiamo io e Beatrice. I testi, in genere, arrivano sempre molto alla fine, cioè a 2 o 3 settimane dalla premiere. Sono dei testi significativi. Non tanti, ma essenziali per dare allo spettatore un contesto informativo e allo stesso tempo per fargli vivere alcuni momenti importanti della vita di Dalì e del teatro che facciamo con Daniele. Parlare del teatro dentro al teatro ritorna molto spesso negli spettacoli della Compagnia.

Daniele, durante la sua formazione e carriera artistica, ha portato avanti una personale ricerca sul clown teatrale. Dopo le sue esperienze di vita in India e girando per il mondo ha eletto la fragilità come parola-guida fondante del suo fare teatro. La bellezza, la dolcezza, della fragilità dell’uomo. Perché tutti ci ritroviamo fragili. Anche i più forti, anche i più cattivi. Anche Dalì, nel momento che si avvicina la sua fine, perde l’arroganza del suo modo di fare e si avvicina a tutti noi. In quel momento Daniele ha cercato di coglierlo. Cercando punti di commozione e di poesia.

In Donka, una lettera a Checkov, dedicato al celebre drammaturgo russo Anton Checkov, la fragilità dell’uomo e il suo essere forte in questa fragilità, ci è quasi saltata addosso. ll lavoro su Dalì è stato sicuramente differente. Sia per il personaggio in sé che per il tipo di spettacolo. Più acrobatico. Abbiamo dovuto attraversare la tecnica passando attraverso il training teatrale a camminando a fianco di Daniele sulle orme del Teatro della Carezza, il suo modo di fare teatro, un teatro che ti fa essere lì in quel momento preciso in cui ne parli e lavori.

Ho incontrato il telo di Dalì, per la prima volta, in Svizzera, a Lugano, dove è stato presentato al pubblico qualche mese prima dell’inizio delle prove di Montreal. Siamo partiti da Piacenza, io e Allegra, mia compagna, collega attrice e, in questo caso anche Stage e Tour Manager de La Verità, per andarlo a vedere. La curiosità era davvero tanta ed è stato veramente un colpo d’occhio incredibile vedere questo enorme telone teatrale e pensarlo nel 1944 quando è stato creato e immaginare Dalì all’opera e immaginare la prima del Balletto “Tristan Fou” per cui fu creato.

Con il telo abbiamo lavorato a Montreal, durante la fase di creazione. Io e Beatrice abbiamo diversi momenti a … tu per tu con il telo (a tu per tu si fa per dire ovviamente visto che lo spettacolo è pensato per grandi teatri dagli 800/1000 spettatori in su). Abbiamo quindi lavorato giocando con questa opera d’arte, inscenando una ipotetica asta che non arriva mai.
Legato al telo c’è un momento che chiamiamo Cerimonia del Dalì in cui tutti gli artisti e i tecnici della Compagnia, accompagnati da una musica evocativa, aprono e installano il telo alla presenza, in genere, di invitati speciali e della stampa del paese che ci ospita. Nonostante ormai abbiamo fatto la cerimonia più di 100 volte è sempre un momento che mi colpisce e suggestiona. Il telo non viaggia con le scenografie. Ha una sua modalità di trasporto che cambia spesso e che a noi rimane sconosciuta, soprattutto per un aspetto di sicurezza. Ci piace vedere il telo come un ennesimo personaggio sulla scena. Dinamico quanto noi. Infatti non è un fondale che si stanzia a fine palco ma si muove continuamente sul proscenio alzandosi ed abbassandosi e seguendo la traccia narrativa.
Così come il trasporto, anche la provenienza della tela rimane per tutti noi un segreto. La Fondazione che ha dato la concessione all’uso, infatti, mantiene riserbo sulla sua provenienza. L’unica cosa che sappiamo è che questa stessa Fondazione crede che il posto giusto per una tela di questo genere sia sul palco e non dentro ad un museo.

 



LINGUAGGI TEATRALI

La Compagnia Finzi Pasca lancia, con questo spettacolo, una ennesima sfida alle regole dei linguaggi teatrali. Il teatro entra nel circo ancora di più e anche il contrario. Daniele ama chiamare questa sua modalità come Teatro Acrobatico. La Compagnia è una evoluzione del Teatro Sunil prima e della Inlevitas poi, strutture fondate sempre da Daniele e dalla sua equipe: Julie Hamelin, Maria Bonzanigo, Antonio Bergamini e Ugo Gargiulo. Con il Teatro Sunil Daniele faceva spettacoli più piccoli, più intimi e dopo l’incontro con il Cirque Eloize e con il Cirque du Soleil è nata la dimensione dei grandi spettacoli e delle Cerimonie delle Olimpiadi come Torino e Sochi. E di conseguenza nuove modalità per parlare al pubblico. A fianco di queste grandi realizzazioni, come Donka e La verità, comunque convivono anche le piccole produzioni. Per esempio Icaro, il cavallo di battaglia di Daniele, Brutta canaglia la solitudine, scritto da Daniele per me e Mauro Mozzani e coprodotto con i Manicomics, Bianco su bianco, spettacolo che debutterà a breve scritto per due attori. Credo che la forza del linguaggio che Daniele sta cercando sia proprio quella di tenere il piccolo con il grande e viceversa e, a questo proposito, il lavoro con la compagnia, nonostante la commistione con il circo, rimane un lavoro profondamente teatrale, in cui l’incontro e l’extra-quotidiano sono il centro delle attività.
La direzione di questi grandi e piccoli spettacoli rimane comunque un linguaggio visivo e clownesco utile a far parlare il sogno. La frase di Chekov che dicevamo in Donka rimane una sorta di riferimento per tutti noi: bisognerebbe rappresentare la vita non così come è, nè come dovrebbe essere, ma così come ci appare nei sogni.