Juggling magazine

Il Clown come strumento pedagogico

Università degli studi di Tor Vergata, Facoltà di Medicina e Chirurgia, corso universitario in Scienze Motorie 
Autrice: Monia Pavone
monia.pavone@alice.it
Relatore: Prof. Stefano D'Ottavio
Correlatore: Dott. Gioacchino Paci
Anno accademico: 2009/2010


Introduzione

IL clowning si sta diffondendo in molti settori dell’educazione e della cura: oltre ad essere un’attività di distrazione in ospedale, più nota perché più pubblicizzata, è diventato uno strumento per avvicinare ragazzi difficili, una tecnica psicomotoria nella scuola, volta ad incentivare la libera espressione delle emozioni, ad affinare la comunicazione corporea e mimica, a coinvolgere, talvolta, anche genitori ed insegnanti, in un’esperienza ludica che ha come sfondo integratore il clown, un personaggio amato dai bambini
Se molto si sa sui clown dottori, quasi niente si sa del clowning in ambito formativo, in particolare nella scuola. Sono invece parecchie le iniziative in questo settore che stanno ottenendo ottimi risultati.
Iniziare bambini e ragazzi al “clowning” è un metodo educativo particolare.
Il clown a scuola ha tutta l’aria di essere una provocazione: quello che ha da insegnare è il contrario, l’opposto, il paradossale, un modo di guardare il mondo stando puntati con le mani a terra e i piedi per aria. E’  un personaggio ironico il suo “sapere di non sapere” gli si legge in faccia. Non è certo un docente pomposo che fa mostra della sua cultura; al contrario sbaglia tutto e spesso fa domande che sembrano sciocche.
La “prodezza” è in gergo circense, il numero che un artista sa fare meglio, il suo cavallo di battaglia: ed è proprio su questo che il clown gioca, mettendo in ridicolo quello che sarebbe serio, quello che gli è costato tanta fatica e tante ore di allenamento.
Tutto nel clown deve essere leggero, fatto per scherzo, senza che la serietà traspaia. Il clown può camminare sul filo, piroettare sul dorso di un cavallo in corsa, fare mirabolanti giocolerie con l’aria di chi è goffo, incapace e patetico. La sua comicità è infantile e il suo linguaggio spesso “non sense” o infarcito di errori.
Questo strano insegnante, tuttavia, sembra riscuotere un successo notevole nelle scuole in cui entra, da quelle dell’infanzia alle superiori.
Un punto in comune è che questa forma di apprendimento rinforza l’autostima e aiuta a superare molte difficoltà relazionali.
Esistono diverse tipologie di corsi da quelli  brevi a corsi che durano l’intero anno scolastico, corsi che vengono condotti all’interno delle stesse scuole e corsi che vengono solo proposti alle scuole come attività formative ma si svolgono in sedi diverse. Anche se i corsi si differenziano per modalità di conduzione, essi hanno, tuttavia, intenti comuni: portare i bambini e i ragazzi a sviluppare quello che viene definito “pensiero positivo”, educarli ad accettare le differenze, insegnar loro a sorridere delle difficoltà piccole o grandi della vita, sviluppare l’autostima, favorire l’integrazione fra gruppi, sollecitare l’interesse per i sofferenti e i bisognosi d’aiuto, riscoprire una gestualità e una corporeità spontanea e infantile che consenta una migliore espressione delle emozioni, ridere e far ridere attraverso l’autoironia e la scoperta delle proprie parti comiche. E’ ovvio che le finalità sono diverse, in rapporto all’età degli allievi.
Un esempio è l’esperienza condotta nelle scuole materne reggiane da Susi Alberini (2003), acrobata e danzatrice, che insegna ai piccoli allievi ad esprimere le loro potenzialità corporee, iniziandoli gradatamente al senso del comico e consentendo una libertà espressiva dovuta alla particolare maschera del clown (Alberini, 2003).
Per i bambini di età prescolare, tuttavia, la gestualità e la mimica facciale sono ancora prevalentemente guidate dall’istinto e dalla spontaneità, il bambino è sì capace di rappresentare le emozioni primarie se gli viene richiesto di “fare finta di”, così come è in grado di riconoscerle negli altri, ma dobbiamo presupporre che gli risulti quasi impossibile creare situazioni comiche, accostando, per esempio, elementi insufficienti della realtà, esagerando o interrompendo volontariamente schemi motori ecc. la maschera del clown sarà dunque molto semplificata dal bambino, e non potrà essere compresa nei suoi aspetti ambigui e paradossali.